Nel contesto contemporaneo innumerevoli sono i materiali connessi alla pratica artistica, così come i metodi di produzione e di presentazione. La tecnica, ormai libera da supporti e aspetti prestabiliti, si apre al mondo per assumerne i molteplici volti, riprodotti ma anche concretamente adottati. I materiali, non più estranei o intoccabili, si piegano all’attività creativa assecondando il flusso di pensiero dell’artista, il suo talento creativo.

Esempio emblematico di una contemporaneità irrisolta e mutevole è Dario Agrimi, artista istrionico e multiforme, per il quale il vecchio detto “una ne fa e cento ne pensa” è diventato dogma e stile di vita. Capelli, resine, gusci d’uovo, animali imbalsamati, object trouvé nella sua produzione si associano ai mezzi tradizionali del fare arte in nome di una creatività convulsa che non conosce impedimenti e soluzioni di continuità. Con spirito ironico e provocatorio, l’artista ricrea quotidianamente una wunderkammern contemporanea non privata, ma ampiamente fruita ed egocentricamente partecipata.

Lo spasmo è una contrazione involontaria parossistica e reversibile di un muscolo, condizione dolorosa che l’artista trasferisce alla mente in qualità di cortocircuito speculativo e inedita possibilità creativa. Nella visionarietà dell’arte lo “spasmo” diviene epifania, apparizione, prefigurazione di un oggetto “nuovo”, metafora della condizione umana tratta dal reale e risemantizzata. 

Riluttante a rivelare se stesso e i meccanismi reconditi che sottendono le sue creazioni, Dario Agrimi è sardonico demistificatore della realtà, creatore di lavori puramente speculativi, non di rado amorali e dissacranti. Si compiace di percorrere con disinvoltura le strade dell’ironia e della provocazione, spostando il baricentro dell’operare artistico dall’esperienza dell’autore alla multiforme reazione del pubblico. Con le sue opere induce il pubblico a riflettere sugli aspetti più oscuri della società contemporanea, a confrontarsi con le paure attuali, suscitando uno spettro relazionale ampissimo, dalla riluttanza alla commiserazione, dall’apatia all’attivismo, dalla rabbia al sarcasmo, fino al voyeurismo subito mortificato da rimorso e autocensura.

Agrimi agisce da demiurgo suggestionando la pubblica coscienza, inscenando attitudini compromissorie, finanche blasfeme attraverso materiali e linguaggi – il plurale è d’obbligo – inusuali e seducenti. Attraverso cortocircuiti percettivi e slittamenti di senso, crea installazioni stranianti, attingendo indifferentemente sia alla rassicurante banalità degli stereotipi pop che all’inquietante repertorio dell’immaginario collettivo. Scardina in maniera concettualmente sottile e scenograficamente coinvolgente i meccanismi della conoscenza, realizzando nuovi simulacri di una società compromessa e destabilizzante. Mentre gli animali imbalsamati, scelti per la loro emblematicità, si fanno allegorie di comportamenti sociali negati con veemenza ma tacitamente condivisi, le installazioni eccedono volentieri in effetti teatrali caratterizzando i protagonisti con sembianze iperrealiste e attitudini surreali.

In “Non dice chi è” Lucifero è l’angelo ribelle che tenta l’ascesa travestito da un uomo medio impiccato, avvolto in un luttuoso manto nero e con i piedi nudi a vista. Un’anonima presenza protagonista anche in “Limbo” dove, annaspando, cerca di emergere da un liquido catramoso, soffocante e terrifico, ma per quanti sforzi faccia, come in una sabbia mobile, ne è inesorabilmente vinto. L’affannoso respiro diviene l’ultimo gesto dell’esistenza, l’atto estremo dell’attaccamento alla vita e ai suoi valori più autentici. Più ironico, invece, è “More difficult” lavoro di evidente impostazione concettuale che nella problematicità di comporre un puzzle completamente bianco nasconde annullamento della pittura e l’annichilimento del tutto. Lavori ad alto grado di spettacolarità, che attingono al dadaismo tanto quanto al surrealismo e al post-human, imbastite con linguaggio aperto e mutevole, fatto di inventiva e immaginazione: un’esistenza ricomposta in un ventilabro di nuove possibilità.

Sovvertendo certezze e mettendo in dubbio la validità di riferimenti universalmente condivisi, le opere dell’artista pugliese danno all’osservatore l’opportunità di riconsiderare stereotipi e convinzioni fondamento di una società ormai schiava dei simboli che essa stessa ha creato. Nel suo lavoro ogni tentativo di giustificazione è negato così come ogni occasione di redenzione. “Tutto quello che facciamo, durante la nostra vita ci rappresenta. Non si può sfuggire a ciò che si è. Non serve parlare di noi stessi se ciò che facciamo lo fa al posto nostro”. Parola di Dario Agrimi.

Carmelo Cipriani

Non dice chi è