Federica Cogo (1985) si laurea in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Verona portando come tesi l’intero studio del suo operato artistico. Dopo numerose esposizioni collettive locali, nel 2011 inizia a collaborare con PH Neutro, prima e unica galleria specifica per la fotografia contemporanea che ha sede a Verona e Forte dei Marmi.

Nel 2012 si aggiudica a Premioceleste il 2° premio nella sezione video con il lavoro Untitled #1, che la fa esporre presso l’Ex-Gil di Roma. Qualche mese dopo è all’interno del progetto PLAYTIME curato da Cecilia Freschini, che la porta ad esporre a Pechino e successivamente a Milano, in collaborazione con VisualContainer. All’interno del Premio Internazionale Arte Laguna 2013 vince una residenza d’artista presso Lab_Yit in Cina. Durante questo soggiorno espone la sua nuova serie Pollution presso Caochangdi Art District a Pechino. Nello stesso anno entra a far parte dei finalisti nel concorso Co.Co.Co. 13 (Como Contemporary Contest 2013), grazie al quale rappresenta con altri 5 artisti la sezione italiana all’interno della biennale europea JCE June Création Européenne. Nel 2014 espone presso The FORMAT Gallery a Milano con la sua prima personale The day after the fifth a cura di Daniele De Luigi. Nello stesso anno viene selezionata dal G.A.I. (Associazione Circuito Giovani Artisti Italiani), ed entra a far parte di Giovane Fotografia Italiana #03. Con il progetto espone a Reggio Emilia all’interno di Fotografia Europea 014 la sua serie Stars and Stripes. Successivamente la serie verrà esposta in una bipersonale all’interno di Art Verona con la galleria The FORMAT Gallery. Nel 2015 all’interno del contest Who Art You? si aggiudica il Special Prize D’Ars e viene selezionata da L’Art Pour L’art con il video Game. Attualmente collabora con la galleria ART and ARS Gallery  di Galatina e la galleria milanese ALIDEM.

 

L’arte di Cogo lascia spazio alla rappresentazione della fragilità emotiva. Nelle lastre di plexiglass e nelle tavole emerge non la ricerca di eccessi spettacolari, quanto piuttosto la necessità di esprimersi in maniera apparentemente “oggettiva”, distaccata, quasi da progettista, per lasciare che siano l’occhio e la mente a cogliere quei dettagli che fanno di un progetto un’opera significante. Gli oggetti su cui si concentra sono quasi sempre letti o tavoli e, non a caso, poiché sono i fondamentali attorno ai quali si strutturano le relazioni famigliari e sociali. Con uno stile essenziale ma rigoroso, Cogo mette in sequenza i suoi dipinti e le sue sculture come se fossero frame da video, mettendo in scena un ritratto dell’identità collettiva e rappresentando gli oggetti che costituiscono il corredo che accompagna l’uomo dalla vita alla morte, perché è vero che le cose sono identità e memoria – che Dorfles definiva oggettuale – ma rimangono sempre intrinsecamente connesse agli uomini, alla loro cultura, al loro sentire e agire. Cambiano le definizioni, cambiano le tassonomie. Un tavolo non è più solo un tavolo, ma un luogo di scontro, un ring, spazio dell’incomunicabilità, luogo di assenza. Così come un letto non è solo un letto ma un luogo di lotta, di violenza, di inganni, di amore, di morte. Gli oggetti, ci ricorda l’artista, sono creati dall’uomo perché possano prendere coscienza di sé: sono “pellicola che si materializza nel punto di contatto tra l’ambiente interno e l’esterno” (L.Gournhan). Essi raccontano storie, condensano riferimenti culturali, conservano un vocabolario di parole nella materia di cui sono costituiti e probabilmente solo in prima e/o ultima istanza non rappresentano altro che se stessi, senz’altra qualità che essere comunque utili. Nel percorso espositivo che si snoda dalle sale Museo cavoli – dove due tavoli su una passerella ci invitano a interagire e relazionarci con essi – per arrivare negli spazi della galleria, Federica Cogo dissemina universi che sembrano appena accennati, lasciando che siano i suoi “imperfetti complementi di arredo e design” a guidare  nella costruzione non dell’immagine ma del senso dei legami affettivi, spesso inafferrabili e inspiegabili, che si sedimentano nella memoria degli oggetti che ci appartengono, oltre che a ricostruire una visione armonica e organica del suo linguaggio. (Katia Olivieri)